Il 19 febbraio resterà una data spartiacque: lo scialpinismo ha fatto il suo esordio ai Giochi Olimpici. Un momento storico, non solo per gli addetti ai lavori ma per l’intero movimento internazionale. E non poteva esserci teatro più naturale di Bormio, montagna vera, cultura alpina autentica, tradizione agonistica radicata.
Nonostante una nevicata fittissima nella giornata inaugurale, il pubblico ha risposto in massa: appassionati, tifosi, fan club organizzati, bandiere di Francia, Spagna, Svizzera, Italia, ma anche USA, Belgio, Cina. Un entusiasmo che aveva già avuto un’anteprima il 17 febbraio, con una sfilata in centro paese partecipatissima, colorata, emozionante.
Le giornate dedicate allo skimo sono state, senza dubbio, tra le più sentite in valle. Quelle in cui si è respirato con maggiore intensità quel vero spirito olimpico che, a tratti, nelle settimane precedenti era sembrato affievolirsi.

Un format televisivo (e le inevitabili polemiche)
La prima gara, la sprint individuale, ha mostrato uno spettacolo nuovo, insolito, chiaramente pensato per la televisione. Una combinazione rapidissima di abilità tipiche dello scialpinismo concentrate in poche centinaia di metri: salita con pelli, cambio assetto, sci sullo zaino, discesa tecnica.
Durata? Poco più di 2 minuti e mezzo per gli uomini, circa 3 minuti per le donne.
Le critiche non sono mancate. I tecnici puristi hanno sollevato obiezioni legittime:
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questo non è il “vero” scialpinismo;
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manca la prova individuale lunga, quella endurance che rappresenta l’anima della disciplina;
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un percorso così breve non consente recuperi: un errore in transizione compromette tutto;
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la discesa finale, una sorta di gigantone, è lontana dalle linee dirette e velocissime che caratterizzano le gare classiche;
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classifiche spesso decise nella prima metà di gara.
Tutto vero.
Ma è altrettanto vero che un’Olimpiade non è un campionato del mondo specialistico. È un evento planetario che deve essere leggibile, televisivo, immediato. Deve raccontare uno sport a chi non lo conosce.

La mixed relay completa la visione
Se la sprint aveva acceso il dibattito, la mixed relay ha completato il quadro.
Una gara più lunga, più articolata, più varia. Un tracciato che, pur restando condensato e televisivo, ha riprodotto con maggiore fedeltà le dinamiche tipiche dello scialpinismo: una prima salita continua, cambio assetto e discesa più stimolante, nuovo cambio per affrontare le “gabbie” con le inversioni tecniche, ancora le scale con gli sci sullo zaino, nuova transizione con le pelli per una seconda risalita e infine il cambio conclusivo per la discesa in stile gigante verso il traguardo.
Un condensato, sì. Ma questa volta più completo.
La mixed relay ha messo realmente alla prova gli atleti. Non solo specialisti dell’esplosività pura, ma anche chi sa gestire ritmo, distribuzione delle energie, strategia di coppia. Alcuni hanno sofferto la maggiore durata; altri, meno brillanti nello sprint, hanno trovato un terreno più congeniale.
Non siamo ancora nell’immaginario classico dello scialpinismo — quello delle grandi salite in quota, delle linee dirette a pendenza massima — ma con la prova a coppie il format olimpico ha mostrato una maturità diversa.
Ha dimostrato che è possibile condensare senza banalizzare.
Nel complesso, le due prove hanno funzionato. Per il pubblico presente a Bormio, folto e partecipe. E per quello televisivo, ancora più ampio e trasversale. Lo skimo è stato comprensibile, dinamico, emozionante.

Il senso dell’Olimpiade: mostrare, semplificare, diffondere
Da quando, quattro anni fa, si è saputo dell’introduzione dello skimo ai Giochi e del format scelto, anch’io ho nutrito perplessità. Condivise con atleti, allenatori, appassionati: la paura di snaturare uno sport di endurance immerso nella montagna.
E resto convinto che il punto di arrivo debba essere preservare l’identità profonda della disciplina.
Ma osservando le gare dal vivo, l’agonismo puro, l’intensità delle transizioni, la strategia nella staffetta, la reazione del pubblico sotto la neve, l’audience globale, il fatto che milioni di persone abbiano sentito parlare di scialpinismo per la prima volta… è difficile non riconoscere che la strada imboccata abbia un senso.
Non è il traguardo definitivo. È un inizio.
Crescita, ascolto, evoluzione
Tra quattro anni i Giochi saranno in Francia, una delle nazioni leader della disciplina. Sarà necessario arrivarci preparati, con:
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più gare,
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format differenziati,
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spazio anche per prove più lunghe e rappresentative dell’endurance alpina.
Questo sarà possibile solo se il CIO saprà ascoltare chi lo scialpinismo lo pratica davvero: atleti e tecnici in primis. La televisione è fondamentale, ma non può essere l’unico parametro.
Le grandi classiche — la Pierra Menta, il Trofeo Mezzalama, la Patrouille des Glaciers — resteranno il riferimento epico e identitario della disciplina.
“Giochi senza frontiere”?
Alcuni colleghi hanno liquidato l’esordio olimpico dello skimo come una sorta di “giochi senza frontiere”.
Eppure, in fondo, le Olimpiadi sono davvero giochi senza frontiere: competizioni globali, accessibili, comprensibili, condivise.
Lo scialpinismo ha mostrato al mondo una parte di sé. Non tutta. Non la più profonda. Ma abbastanza per accendere curiosità, entusiasmo, interesse.
Dopo aver visto sprint e mixed relay, la sensazione è chiara:
non nostalgia. Non difesa sterile. Ma visione. Modernizzazione. Sviluppo.
E sotto la neve di Bormio, questo percorso è ufficialmente iniziato.



