Avremmo dovuto raccontare tre medaglie su sei nelle discese olimpiche: l’argento di Giovanni Franzoni, i bronzi di Dominik Paris e Sofia Goggia. Un risultato storico, pesante, concreto.
E invece, nel bene e nel male, la scena se l’è presa tutta lei: Lindsey Vonn.
Non per una medaglia, ma per l’esito drammatico della sua discesa sull’Olimpia delle Tofane. Una caduta che ha monopolizzato l’attenzione mediatica, amplificata dal modo in cui la campionessa americana era arrivata a Cortina: legamento rotto, recupero lampo, ritorno agonistico a 41 anni, tra ammirazione e polemiche sterili.
Partiamo dalla fine
La diagnosi è chiara: frattura della gamba sinistra, quella del ginocchio parzialmente ricostruito con una protesi.
E l’immagine che resta impressa è potentissima: Vonn a terra, urlante dal dolore, con gli sci divaricati ma ancora saldamente ancorati agli scarponi.
Un dettaglio che tornerà centrale più avanti.
L’analisi tecnica: dove nasce l’incidente
Torniamo a monte. Il punto chiave è noto agli addetti ai lavori: la traversa del rifugio Pomedes.
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curva verso destra
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carico dominante sul piede sinistro
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terreno contropendente
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forti ondulazioni naturali, amplificate dai passaggi
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porta posizionata al culmine di un dosso
Uno dei tratti più difficili e decisivi dell’Olimpia. Qui non esiste una linea perfetta: bisogna scegliere compromessi tra velocità, distanza, rischio.
È proprio in questi punti che emerge:
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l’intelligenza tattica
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la capacità di leggere il terreno
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l’estro di chi prova a fare la differenza
E Lindsey Vonn, da sempre, è questo: una cowgirl, una combattente, una fuoriclasse capace di vincere, cadere, tornare e vincere ancora.

La scelta: giocare il jolly
Prima della partenza, Vonn e il suo super coach Aksel Lund Svindal analizzano attentamente quel passaggio. Le atlete scese prima faticano tutte più o meno allo stesso modo: linee conservative, nessuna vera uscita in attacco, l’obiettivo è sopravvivere al tratto.
E allora nasce l’idea: giocarsi il jolly proprio lì. Una scelta consapevole. Un rischio calcolato.
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linea molto alta
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passaggio a filo del palo
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due metri in meno rispetto alle altre
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potenziale guadagno: 2–3 decimi, enormi in una discesa olimpica
Una mossa da leader, da fuoriclasse, da Vonn.
Il momento chiave
L’approccio è perfetto. La linea è alta come da piano. Ma 5–6 metri prima della porta c’è un’ondulazione più marcata del previsto.
Vonn decolla leggermente in anticipo.
Gli sci sono ancora in linea con la luce della porta, tecnicamente corretti.
Ma la destabilizzazione è forte:
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il busto inizia a intraruotare
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il braccio destro si apre per controbilanciare
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il palo viene agganciato
Da lì, la dinamica è inesorabile: rotazione violenta, impatto, una serie di ribaltamenti, punte e code che colpiscono alternativamente la neve.
E quando il corpo si ferma, gli sci sono ancora lì, attaccati agli scarponi.
La riflessione inevitabile: attacchi, sicurezza, futuro
Qui entra in gioco la valutazione tecnica.
Se gli sci si fossero staccati, con ogni probabilità la gravità della caduta sarebbe stata inferiore.
La frattura è certamente causata dalle torsioni abnormi durante i ribaltamenti.
Ma sappiamo bene perché succede: gli atleti di Coppa chiudono gli attacchi quasi completamente per evitare sganci indesiderati. In gioco ci sono:
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potenza elevatissima
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carichi che superano e moltiplicano di molto il peso corporeo
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terreno durissimo
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velocità sempre più alte
In queste condizioni, gli attacchi non sono più “di sicurezza”, ma agganci fissi.
Lo stesso schema si è visto nell’incidente di Federica Brignone: aggancio del palo, rotazione, ribaltamenti, al termine sci ancora inseriti.
Due casi gravissimi. Due segnali chiari.
Tecnologia ferma da 30 anni
Nel mondo esistono quattro grandi player negli attacchi: Marker, Salomon, Tyrolia, Look. Da oltre 60 anni lavorano su un sistema a molle, costantemente raffinato ma concettualmente identico.
Eppure oggi:
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usiamo algoritmi negli airbag
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giroscopi che distinguono una caduta da una destabilizzazione senza conseguenze
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tempi di reazione di 60 millisecondi (mezzo battito di ciglia)
Trent’anni fa, in Marker a Garmisch, visto con i miei occhi, esisteva già un progetto di attacco elettronico. Visionario. Poi abbandonato per limiti tecnologici dell’epoca (gestione del freddo e dell’energia) e risorse non disponibili.
Oggi quei limiti non esistono più.
Conclusione
Le atlete e gli atleti di oggi sono super atleti. Le piste sono più dure. Le velocità più elevate.
Il sistema attuale non è più allineato.
Gli incidenti di Vonn e Brignone non sono fatalità. Sono campanelli d’allarme.
E se è vero che questi campioni sono il patrimonio del nostro sport, lo sono ancora di più i giovani, che cadono ogni giorno nel silenzio delle piste di allenamento.
Credo sia tempo di parlarne.
Davvero.
